Biagio Zagarrio.
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Altri racconti.
Tratto da Poesie e racconti. 1997.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Raccolta di novelle pubblicata postuma in cui l'autore ripercorre con la memoria un tempo ormai lontano, permeato dalla sofferenza e dalla durezza di una terra arcaica e mitizzata. Troviamo gi nel titolo il filo conduttore della raccolta che  permeata della fedelt di Biagio Zagarrio al passato, alla terra e ai miti che sono stati lo sfondo e lambiente della sua infanzia. Ma i confini non sono quelli autobiografici che verrebbero percepiti come una gabbia: vengono al contrario superati e, attraverso il filtro della sua memoria, entriamo in contatto con la vita e gli uomini della sua Sicilia e le immagini restano vivissime nella memoria del lettore: dalle rapide descrizioni della vita militare di giovani soldati che si sentono certamente estranei allimposizione della divisa, ai primi lavoratori protagonisti delle lotte popolari in Sicilia e morti sotto il piombo di oppressori antichi. Alcuni personaggi testimoniano invece della vita familiare dellautore stesso, come il memorabile zio Ciccio, e come lalbero di carrubo del racconto omonimo, forse la pi nota tra le novelle di questa raccolta.
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L'AUTORE.
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Biagio Zagarrio (Ravanusa 1898, Genova, 1951)  stato un poeta e scrittore italiano. Laureatosi in giurisprudenza, esercit la professione di procuratore delle imposte alternandola alla carriera di poeta e scrittore. Zio del poeta Giuseppe Zagarrio, nel 1949 vinse con la raccolte di liriche Sereno il Premio Viareggio per la poesia ex aequo con Ugo Moretti.
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Indice.
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1. Terra di Apuania.
2. L'ultima avventura.
3. Case di Camogli.
4. Incontri.
5. La donna dell'osteria.
6. Filo di vita.
7. Maria Rosa.
8. Full, cane lupo.
9. Paneperso cane di guardia.
10. Storia quasi vera.
11. Madri e soldati in treno.
12. Ja: tutto bruciato.
13. Il carnevale e la bombetta di zio Ciccio.
Note ai racconti.
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Fine Indice.
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Altri racconti.
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1. TERRA DI APUANIA. Pubblicato nel giornale "Il lavoro" del 28 dicembre 1940.
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Il gruppo delle Alpi Apuane, massa possente di energie accumulate nei lontani millenni dalla provvida natura, domina queste terre d'Apuania.
Gruppo delle Apuane: mole possente di lavoro non ancora nato. Dalle mille strade di lavoro che in esse hanno avuto la sorgente e che si sono allungate per la penisola, sui mari, per sfociare, infine, nei cantieri, nei laboratori di tutti i continenti, si pu, con fede, credere alle mille, centomila nuove polle di lavoro che da esse scaturiranno nei secoli futuri.
Verranno nuove, nodose mani a strappare la roccia, a martellare le pareti; nuovi boati franeranno, di vallata in vallata, a portare, gi, sulle sponde del Carrione, ad Apuania, ove avranno ansiti nuovi le segherie e battiti vigorosi i laboratori, la notizia che nuovo lavoro  nato.
Verranno, allora, scapezzatori, squadratori, lizzatori, filistri, tecnici, scultori, architetti ed i monumenti sbocceranno, e gli edifici, gli stadi sorgeranno.
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Il lavoro gi nato ha lasciato, nel corso dei secoli, le sue tracce sulle montagne Apuane; qua e l brevi intacchi nelle cime, lasciano che qualche nuova stella si affacci, a notte, a guardare Carrara, gi a valle, adagiata nel sonno. Qualche breve ferita  rimasta aperta sul dorso, sui fianchi e da essa sono scivolate scie di detriti, come tenera neve.
Lavoro gi nato dalle aspre fatiche dei cavatori Apuani: brevi, poveri intacchi sul grigio delle montagne.
La massa di quello non ancora nato si erge compatta, immensa sulle terre Apuane, in attesa.
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Sulle tenere sabbie delle marine di Carrara, di Massa ai primi caldi, sbocciano gli ombrelloni e le voci dei dialetti pi vari.
Dietro alle cabine, subito dopo la litoranea, ha inizio il verde degli orti, dei campi, dei giardini: si stende da Marinella a Montignoso, sale rigoglioso fin sopra ai colli che circondano Carrara, che dominano Massa. Volti bruni di contadini girano tra il verde: mani sapienti potano la vite, innestano l'arancio, piantano l'ulivo, regolano filari di cavoli, di lattuga.
Nella piana reti e raccordi, energie nuove, stringono le due antiche citt nella pi grande Apuania; ma questo non  il volto, il vero volto della gente Apuana. Esso mi si  rivelato una notte lungo la strada a monte che conduce da Massa a Carrara.
Avevo assistito ad una rappresentazione straordinaria di Lorelay, ricorreva il centenario della morte di Catalani, al teatro Guglielmi di Massa. Si ritornava a Carrara; i fari dell'auto scovavano, fermandoli in un'attesa spettrale, parapetti, pali telegrafici, vecchi contorti ulivi, costoni di monte. Ad un tratto, nella scia luminosa, furono presi uno, due, tre uomini in marcia lungo il bordo della strada; poi un altro, un altro ancora. La teoria dei marciatori non aveva fine.
La macchina avanzava, l'ombra inghiottiva l'ultimo marciatore, i fari ne scoprivano altri ancora: camminavano l'uno a qualche metro dall'altro: passo lungo, giacca sulla spalla, cappello largo calcato sulla fronte: nessuno di loro si volt a guardarci:
Dove vanno?
Alle cave, rispose il mio antico Milani.
Alle una?
Gi, per trovarsi sul posto, all'alba.
Da Massa, lungo la strada a monte, da Carrara, lungo la Carriona; su per gli aspri sentieri, marciavano i cavatori all'attacco della roccia: un attacco che si ripeteva ogni giorno, da secoli, con morti e feriti. Un lavoro che ha fortificato il cuore ed il braccio di questi lavoratori, che li ha abituati a tutte le gioie, li ha temprati a tutti i lavori.
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Pellegrino Rossi, Tacca, Dazzi, Fontana, Lazzarini, cari nomi di grandi Apuani; ma dentro, nel mio ricordo, risuona pi caro il tonfo dei passi di quei marciatori; degli anonimi cavatori Apuani; uomini dal fiato lungo e dai muscoli sodi.
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Son venute ore difficili a stendere veli di silenzio su molti lavoratori e segherie. In molte cave pesa il freddo bianco dei cimiteri: i blocchi giacciono anneriti dal tempo sui piazzali; tacciono i fili elicoidali, arrugginiscono le corde delle "lizze" attorno ai gavitelli.
Gi, nella piana, son nati rotaie e raccordi; scheletri di stabilimenti vanno mettendo la polpa rosea delle pareti. Qualcuno gi fuma dai suoi camini e risuona di voci, di martelli.
Centinaia di giovani; migliaia di uomini, di donne gi si aggirano per i capannoni e per le sale a lavorare il vetro, il cuoio, il legno, ma l'occhio, nei giovani, ha bagliori di gemma, quando lo sguardo si leva, alto, verso la mole delle Apuane.
Dovr tornare il mondo, se vorr risorgere a pi alta vita civile, ai marmi di Apuania.
Hanno occhi e cuori di falco gli operai Apuani; molti di essi, quando rinascer in pieno il lavoro, rivoleranno alle cave, per lottare e per vincere.
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2. L'ULTIMA AVVENTURA. Pubblicato nel giornale "Il lavoro" del 20 gennaio 1941.
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La cameriera ha preparato la camera, "come le altre volte". Prima d'andarsene chiede:
Vi occorre altro?
No, grazie, egli ha premura di restare solo: strano: si sente pi turbato, stavolta.
La donna saluta, apre, chiude: i passi si allontanano nel corridoio.
Ha l'impressione che qualcosa non vada. Guarda attorno: i fiori sbocciano nell'angolo, il divano s'allunga, morbido, a fianco della finestra che d sul mare; la bottiglia con lo spuntante allunga il collo dal secchiello; perline luccicano, scivolano lungo il recipiente.
"Se non venisse?" la domanda sorge improvvisa ed i passi risuonano pi affrettati, su e gi per la stanza.
"Non posso, non posso". "Due minuti; solo due minuti per potervi salutare. Forse non ci rivedremo mai pi". Le parole ritornano a suonare ed il dubbio che la ragazza non venga cresce, dentro, si fa robusto.
Era pallida quando le aveva stretta la mano: come se stesse per svenire.
Nel corridoio i bagnanti aprono, chiudono le porte; gli ultimi passi scivolano, pi leggeri, sulle stuoie; le voci tacciono; le camere cadono a poco a poco nel silenzio.
Il suo passo suona pi forte nella stanza.
L'orologio segna i minuti e il turbamento cresce dentro di lui. S'avvicina, di tanto in tanto alla porta e porge l'orecchio a cogliere i rumori: il battito del cuore, allora, spegne la voce dell'orologio.
I gladioli si ergono, in mezzo agli altri fiori. Quando posa lo sguardo su di essi, la figura della ragazza si precisa, nitida, avanti a lui: il corpo  snello e la testa sboccia sul collo bianco come una corolla.
"Se non venisse?" Si ferma: il cuore batte veloce come se il dubbio si precisasse in certezza. Poi le parole escono decise: "Ma s, verr!". Era sicuro d'aver preparato la rete maglia a maglia, giorno per giorno.
Permesso? la voce della cameriera lo raggiunge attraverso la porta.
Che c'?
La cameriera appare: Una lettera da parte della signorina Elsa.
Egli apre la busta; d uno sguardo.
Potete andare, dice. La voce  aspra.
Buona notte. La donna s'allontana.
"Perdonatemi, non posso, non posso. Abbiatevi sempre il mio affetto". Alza gli occhi dal foglio: i fiori sull'angolo, raggiunti dal chiaro di luna, sono gelidi, come se fossero di carta. "Non pu essere". Riprende a camminare su e gi per la stanza. Il divano, il letto, i mobili non gli dicono pi nulla: come se li vedesse per la prima volta.
"Bisogna trovare, non pu finire cos". Era come se un oggetto fosse stato lanciato contro la rete. Bisognava ricomporre le maglie. "Bisogna trovare qualcosa".
Si avvicina alla finestra e si appoggia al davanzale; la figura della ragazza fiorisce sul mare: la vita sottile; il collo bianco, la testa sbocciante, come una corolla.
Il mare  tutto d'argento; l'onda viene a morire sulla sabbia con un sospiro. Poi l'ansito riprende, si allarga, ricade.
La calma della notte sale, dilaga.
Le rughe della fronte si sciolgono, le sopracciglia si spianano. Ma il desiderio riprende dentro. "Non pu finire cos".
La luna dall'alto piove la sua tenera luce.
Il respiro del mare sale: la stanza ne  tutta riempita.
Dentro, le lontananze d'infanzia, avanzano si precisano i ricordi della casa paterna: uno dietro all'altro, come se dilagassero con le onde: il fratello, le sorelle, il tepore della vecchia casa. Lui dormiva accanto alla stanza dei genitori: dalla porta, aperta nel buio, giungeva, uguale, calmo, il respiro del padre.
"Le scriver". S'avvicina allo scrittoio, accende la lampada: dalla parete balza la fotografia del padre: lo sguardo  severo. Anche la madre sta a guardare: uno sguardo buono, come quando pregava.
"Cos non pu finire". Ma una voce pi calma, pi serena.
Guarda attorno: sembra pi vuota la stanza, pi squallida: "Stanze d'albergo; una vita da vagabondo" la sorella Carmela gli aveva detto, un giorno, come a commiserarlo. E lui a raccontare i suoi viaggi, le sue avventure amorose.
"Vita da vagabondo": ognuna delle sorelle ha casa, famiglia. Un senso di stanchezza pesa su di lui come se avesse fatto tanto cammino.
Ora l'immagine della ragazza sboccia, si ferma in mezzo a quelle delle sorelle. La stanchezza si stempera: sconfina in un tepore dolce, nuovo.
Dalla finestra continua a giungere, calmo, il respiro del mare.
Lo sguardo del padre palpita sopra il suo capo, come una cosa viva.
Prende un foglio; incomincia: "Cara". La penna si ferma.
Lo sguardo della madre scende, scioglie la sua tristezza. Strappa il foglio; la penna scorre di nuovo.
"Gentile signora, quando si chiede una cosa che si desidera con tutta l'anima non si sa come incominciare: si teme sempre un rifiuto. Se vi dicessi che ormai non potrei fare a meno della simpatia della vostra figliuola, non mi credereste. Comunque vengo a chiedervi la mano di vostra figlia".
Si ferma perch il cuore picchia, dentro, come la prima volta che avvicin una donna. Riprende; finisce; si alza.
Nel levare la testa incontra, ancora, lo sguardo del padre, pi dolce sotto l'ampia fronte: quello della madre  pieno di luce.
I fiori nell'angolo della stanza, palpitano.
Ritorna alla finestra; le onde giuocano a rincorrersi sulla spiaggia, fra la ghiaia, in una continua fioritura di candidi gigli.
Il risucchio s'allarga, lontana, riprende, cresce, per morire in un rumore improvviso; come lo sbattere di un'ala immensa.
Nel ripassare davanti all'armadio la sua figura si ferma nello specchio: qualche filo d'argento brilla tra i capelli neri.
Guarda: sembra non riconosca la figura che gli sta davanti.
Ci sei cascato, eh? chiede, e ammicca. La figura nello specchio gli sorride.
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3. CASE DI CAMOGLI. Pubblicato nel giornale "Il lavoro" del 15 marzo 1941.
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"Fra rocce e picchi impervi, la gente di Camogli, il nido ha costruito. pronta a spiccare il volo"
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Camogli ha accumulate, nel breve spazio di un incavo, case e strade, scalinate e piazze, come per la costruzione di un presepe.
Per lunghi anni i falchi di Camogli hanno preso lo slancio da quelle rocce, hanno portato le ali sui mari pi lontani.
Ancora oggi, nell'Istituto Nautico Cristoforo Colombo, diretto dal prof. Galvano, si allenano, per correre le pi lontane acque, nuovi giovani navigatori.
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Il sottopassaggio sfocia gli arrivati avanti alla stazione e subito il mare viene incontro a loro, ai piedi della terrazza, come sotto alla prora di una nave. Dalla terrazza, che domina la citt e guarda sulla vastit azzurra, si scende per scalinate che precipitano ripide, con gli scalini lucidi a centinaia, nelle viuzze brevi, dove si cammina, fra case che toccano il cielo, in compagnia del mormorio del mare ed i pensieri odorano d'alghe.
I passi rimbombano lungo le scale strette e brevi dei palazzi, come se le persone scendessero nelle stive e gli uomini sboccano sulle strade con gambe aperte da marinai. Anche per le strade, che sfociano tutte sul mare, i passi sono tardi e le gambe larghe come se sotto ai piedi rullasse sempre l'acqua.
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Le case, a Camogli, sono come le navi: ognuna ha un colore, un segno che la distingue. Si pu leggere su ognuna di esse l'insegna nel suo colore: ogni colore, poi, rappresenta un casato;  l'attestazione di un passato di lavoro e di gloria.
La casa sorgeva quasi sempre dopo la prima navigazione che il veliero nuovo aveva fatto nei pi lontani mari, alla conquista di mercato e di commerci nuovi ed il padrone dava alla facciata lo stesso colore che aveva dato alla nave.
Una stessa sorte legava la casa sui mari a quella sulla terra: quando i commerci crescevano rigogliosi torrenti di denaro sfociavano nella casa, il figlio maggiore sentiva il dovere di "metter su" famiglia ed allora i suoi "vecchi" costruivano un piano nuovo sulla casa antica. Spesso travature, solai, scale venivano forniti dai velieri in demolizione: allora, nei giorni di riposo i viaggi sui mari pi sconosciuti riprendevano il loro corso nei sogni, fra le pareti tiepide della casa, mentre i bimbi, nelle culle, respiravano l'odore delle alghe e del salino.
Il cantiere risuonava di colpi e calafati incatramavano altri velieri per conquistare porti nuovi; l'oro scorreva abbondante nelle tasche degli audaci; figli si accasavano per preparare nuove braccia ai velieri e piani crescevano sulle case antiche.
I camogliesi scrissero pagine di grandezza e di gloria nella storia marinara d'Italia.
La flotta mercantile degli armatori di Camogli raggiunse cifre grandiose, super per quantit di navi e qualit di equipaggi le flotte delle pi grandi citt della Penisola.
Si batt, per la conquista di nuovi approdi e di pi vasti commerci, con quella grande ed agguerrita di Castellamare di Stabia. Ed insieme ai velieri gli uomini di Camogli corsero tutti i mari, superarono tutti i pericoli, vinsero le distanze, i rischi, la concorrenza e portarono alto, per i continenti, il nome di Camogli.
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Ora sono pochi i velieri che si cullano, nelle giornate di riposo, sulle acque, nel porto di Camogli. Poche anche le barche legate l'una vicina all'altra da un unico canapo.
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"nel breve porto arretrano, avanzano le barche, come cavalle al freno, in attesa del via"
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Caduta  l'antica grandezza: poche sono le ciurme; radi i colpi nel cantiere. I capitani nuovi guidano navi d'altri porti.
Sui muriccioli e sulle banchine s'allargano solo le trame delle reti.
Le case si sono arenate sulla breve spiaggia come vecchie navi: si levano sulla punta dei piedi per seguire, a volte, una vela che lontana, tramonta all'orizzonte.
Dormono, a notte, cullate dalla risacca e sognano vaste, antiche fioriture di vele sulla pianura d'acqua e ciurme e capitani, e corde e timoni morsi dalla salina di tutti i mari.
Vivono di ricordi, ora, le case di Camogli; come i pensionati.
Sulla facciata di una di esse una Madonnina dipinta ha il viso bianco ed il manto a brandelli.
Quando viene il sole, l'una vicina all'altra, si raccontano storie di tempeste e di salvataggi; meraviglie di terre e di popoli diversi. Nelle feste, al passaggio dei santi, mettono fuori dalla finestra vecchi tappeti di Persia e antiche stoffe di Damasco.
Nelle stanze si divertono, come bambini, attorno ai piccoli velieri costruiti dentro alle bottiglie.
Quando il vento viene bussa alle porte, picchia alle finestre, scivola nelle stanze e parla parole in lingue che le case conoscono: allora le figure dei vecchi marinai, appese alle pareti, si scuotono; a respirare.
Quando qualche casa, vinta da vecchiaia, muore, dalle sue macerie emergono travi, tavole, nere di vecchio catrame, sulla quale si leggono, ancora, nomi gloriosi di velieri che corsero le acque di tutti i mari.
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4. INCONTRI. Pubblicato nel giornale "Il lavoro" del 30 marzo 1941.
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Le finestre si chiusero, mani invisibili accostarono i portoni, gli ultimi rumori spiccarono il volo spauriti e le case si fecero da parte per lasciare passare il corteo.
Il mormorio delle preghiere avanz con le orfanelle e gli uomini si fermarono sui marciapiedi, davanti ai negozi a capo scoperto.
Negli specchi, di fianco ai negozi, si susseguirono teste di bimbo e lunghe mantelle nere. Le due file s'allungavano ed il mormorio si sgranava nella strada.
La croce allargava le braccia sulle piccole teste coperte.
Il carro in fondo era alto e nero.
Il corteo avanzava. Le parole delle preghiere salivano, uguali, verso l'alto dei palazzi, battevano contro le imposte chiuse, contro le facciate scure, restavano sospese, si confondevano, infine con quelle appena dette.
I cavalli avanzavano seri sotto il peso dei drappi neri e gli occhi, entro le occhiate di stoffa, guardavano gravi gli uomini fermi sui marciapiedi.
Il morto riempiva i pensieri.
Dietro il carro la massa delle teste avanzava lenta e stanca.
La madre spingeva la carrozzina col bimbo. Le orfanelle di testa al corteo le si pararono improvvisamente davanti allo svolto della strada. Il calore cadde dalle guance ed il sangue afflu alle mani a spingere la carrozzina.
Gli occhi guardavano a destra, a sinistra come se, improvvisamente, il pericolo si fosse parato a fermarla.
Le voci delle orfanelle battevano contro la volta dei portici e il cuore della donna martellava in gola a rubarle il respiro.
Quando la carrozzina fu all'altezza del carro gli occhi della madre tagliarono diritto: uno sguardo fermo come la punta di una lama. Le dita si strinsero attorno all'asse della carrozzina con forza di artigli.
Negli specchi, a fianco di un negozio, le teste degli uomini che seguivano il carro si piegarono e la testa della madre pass rigida ed alta. Ma le orecchie erano tese come per cogliere il rumore del passo dietro alle spalle.
Sfilavano le ultime corone quando la madre sbocc, col bambino, sulla piazza.
Il sole cadde sulla carrozzina ed illumin il volto del bimbo: gli occhi batterono come ali e l'azzurro delle pupille schiar il volto della madre.
Scese dai tetti il canto dei passeri, fiorirono i vasi sui davanzali.
Il petto della donna si sollev in un lungo sospiro e gli occhi, ora che la morte era lontana, tornarono a guardare morbidi e dolci la creatura nella carrozzina.
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Il gruppo dei pensionati ha lasciato le panche. Come al solito la discussione  stata vivace e le parole son diventate aspre. Ogni giorno i tardi passi portano i pensionati verso i giardini pubblici e l, sulle panche, sotto il tepido sole, le idee si sciolgono ed i pensieri, a poco a poco, si scaldano. Le energie accumulate nel silenzio delle case esplodono e larghi gesti accompagnano le parole. I passeri, allora, abbandonano i rami bassi e si rifugiano sulle cime per riprendere la loro conversazione.
Il gruppo si avvia nel solito senso e le bocche, strette nel cruccio, tacciono.
"Voleva farmi credere", appena a casa ognuno racconter alla propria moglie, "d'aver dato una lezione al tale dei tali. Ma io l'ho messo a posto" finir col concludere.
Il gruppo cammina: qualche passo rallenta, si distanzia.
All'angolo della strada qualcuno saluter e sar un saluto brusco.
"Frontiere, frontiere..."
il canto dei soldati avanza dal fondo della strada. I giovani lanciano in fuori il braccio all'altezza del fianco e le mani fanno un breve volo come a seminare.
Le canne dei moschetti si levano, diritte, sulle spalle ed il viso  caldo di sole e di canto.
Il canto avanza: le giovani piante, ai lati del viale, muovono le chiome, il volto dei palazzi  rosso di calore.
I giovani avanzano: il canto s'allarga, riempie la strada, straripa nei vicoli. Quando raggiunge, pieno, il gruppo dei pensionati, irrompe nei loro petti.
I soldati passano ed il gruppo si ferma a guardare. I passi ed il canto lontanano.
"Quando iniziai la mia carriera, da semplice soldato". Il colonnello ha gli occhi lucidi. Gli occhi dei compagni guardano lontano e le orecchie son tese a cogliere, nel ricordo, passi d'altri cortei, parole d'altre canzoni.
Alla svolta il gruppo si scioglie, i saluti s'incrociano ed i sorrisi rischiarano le rughe dei volti.
Il canto dei soldati fluttua nella luce rossa del tramonto, s'attarda nei vecchi cuori dei pensionati.
"Una bella giornata, oggi". Appena a casa ognuno dir alla propria moglie.
"Una bella giornata: eravamo un gruppo di amici".
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5. LA DONNA DELL'OSTERIA. Pubblicato nel giornale "Il lavoro" del 7 giugno 1941.
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Ogni tanto il maglio del mare picchiava contro la spiaggia: allora la casa aveva un tremito. Cadeva intorno il silenzio, poi il maglio tonfava ancora e la casa tremava. Le bottiglie, nello scaffale dell'osteria, tinnivano.
Il marinaio alzava gli occhi e restava in ascolto: per cogliere il brontolare del mare.
La padrona entrava nel retrobottega, tornava per dare "un'occhiata": i fianchi urtavano contro agli spigoli e la donna sbuffava.
Entr un cliente: Rosso.
La donna s'affrett a prendere il fiasco ed il vino scese a riempire il bicchiere. L'uomo bevve una sorsata: gli occhi si socchiusero come a concentrare le idee ed il vino scivol dall'orlo del bicchiere nella bocca.
La moneta tinn sul banco e l'uomo torn nel buio della stanza.
Ancora uno. Il marinaio gir la testa verso il banco ed allung il braccio.
La padrona raggiunse il tavolo; il vino gorgogli nel bicchiere.
Gli occhi dell'uomo si riaccesero.
Sono sei. La mano si pos sulle spalle dell'uomo per scuoterle.
Ho sempre pagato, no?
La donna raggiunse il banco, pos il fiasco.
S, o no?
Va bene; piantala.
L'uomo pass il dorso della mano sulla bocca, fece schioccare la lingua.
Vinetto. La testa dondol.
Che aspettate a cambiare bottega? la voce della padrona venne dal retrobottega.
Un bicchiere. L'uomo che aveva ordinato s'era venuto a sedere al tavolo del marinaio.
Brutto mare, eh?
Il marinaio aveva scosso la testa.
La padrona era gi a mescere e l'uomo le aveva sfiorato il fianco con la mano.
Come va, padrona?
Gi la zampa, amico.
Pago io. Il marinaio aveva allungato ancora la mano con il bicchiere ed insisteva: Pago io.
La padrona lo guard negli occhi:
Ne avete "a basta"?
Ho sempre pagato: s, o no?
Dico se ne avete... la voce era diritta e l'uomo mise la mano in tasca: tir fuori un biglietto da dieci, lo agit:
Ho sempre...
Alla salute. La voce del compagno ferm le parole.
Alla salute.
I bicchieri si vuotarono ed il vino accese larghi sorrisi.
La fiamma del lumino, avanti all'immagine della Madonna, si pieg.
Siamo al buio qui. comment il nuovo venuto.
Avete una porta a casa vostra?
Avete paura che vada via il fumo?
Volete che paghi la contravvenzione per farvi respirare meglio?
L'uomo aveva richiuso la porta: la fiamma s'era raddrizzata avanti alla Madonna.
Ma non ci si respira.
Rosso, o bianco? aveva tagliato corto la donna.
Dal retrobottega il fumo scivolava nella sala, si fermava a galleggiare sotto la lampada oscurata.
Be', datemi del pesce.
Non vi d pi fastidio il fumo?
E mezzo rosso.
Io ci vedo bene. Una voce nuova risuon nella sala.
Con la luna.
Luna, luna.
I due che erano entrati parlavano dell'oscuramento, ma le idee barcollavano nella testa e le voci galleggiavano assieme al fumo.
Avete le lanterne negli occhi.
Io le lanterne.
S'erano fermati in mezzo alla stanza: le gambe erano larghe; i busti e le teste dondolavano in avanti a raggiungersi.
Ci siamo. La donna era venuta fuori ed aveva preso per il braccio l'uno e l'altro.
Voglio bere. L'uomo puntava i piedi e rinculava come un cavallo.
Via, andate.
Voglio bere. Ripeteva l'uno.
Ha le lanterne. L'altro rispondeva.
Sono "zuppi".
L'uomo seduto al tavolo del marinaio s'era chinato in avanti come se volesse confidare un segreto:
Ha i pantaloni, quella l. Ed aveva riso.
L'altro non aveva capito.
Pago io.
Dicevo... Ma la padrona era ritornata dietro al banco e l'uomo aveva taciuto.
Babbo. La voce del ragazzo aveva scosso il marinaio.
L'uomo si volt a guardare verso la porta.
La mamma dice di andare a casa.
Che c'? Aveva portato la mano all'orecchio come per udire meglio.
La mamma vi vuole.
Faccio quello che voglio, io.
M'ha detto di chiamarvi.
Va via; no? E l'uomo aveva smosso la sedia. Ma il ragazzo non s'era mosso.
Entri, o no? La voce della padrona l'aveva investito.
Lo vuole mia madre.
Va via. L'uomo aveva tentato di alzarsi ed era ricaduto a sedere.
Aveva, allora, sollevato il bicchiere, ma la padrona s'era affrettata a fermare il braccio.
Adagio coi bicchieri.
Son padrone di bere: s, o no?
La donna s'era avvicinata alla porta ed il ragazzo era scappato via.
Non sono padrone, io. Il marinaio parlava col compagno di tavolo. Non sono padrone, io. Ma le parole uscivano a stento e la frase non maturava.
Due nuovi avventori erano entrati, s'erano seduti e la padrona aveva riempito i bicchieri.
Ancora due. Chiese il marinaio; la voce era un'altra.
Dal buio della porta s'era affacciata una donna.
Vuoi venire a casa, stasera?
Il marinaio aveva cercato di alzarsi: Ora ci si mette anche lei. Ed era ritornato a sedere: Sono stufo.
Non hai ancora finito di bere?
La donna aveva fatto due tre passi.
Sotto lo scialle teneva avvolto un bambino.
Sentite, voi. La padrona era intervenuta e la donna allora aveva alzato la voce.
Non li ha ancora spesi tutti, vero?
La padrona aveva posato il fiasco sul banco ed aveva raggiunta la donna: Qui scenate non ne voglio. Una voce aspra.
Ma la donna continuava a lamentarsi: Non hanno niente da mangiare i ragazzi e lui se ne sta a vuotare i fiaschi.
L'uomo aveva raggiunta la moglie, l'aveva afferrata per il braccio libero e la tirava verso l'uscio.
Te li d io i fiaschi. Le gambe erano larghe e la testa ciondolava sulle spalle.
Un uomo non pu bere in pace. Era il compagno a commentare.
Te li d io. Lo strappo era stato violento e la donna aveva urtato col fianco contro un tavolo.
Lo scialle era caduto ed il bimbo strappato dal seno, s'era messo a strillare.
Il seno, scoperto, pendeva fuori dal corpetto: piccole macchie si univano attorno al capezzolo scuro. La pelle era gialla.
Gli occhi della donna annegarono nelle lacrime: uno sguardo di cane battuto.
Te li d io... L'uomo tirava il braccio della donna.
Oh pezzo d'animale. Eruppe la voce della padrona. Le sue mani avevano afferrato l'uomo per le spalle e lo trascinavano verso la porta.
L'uomo aveva lasciato il braccio della moglie: le sue mani annaspavano in alto; come se stesse per annegare.
Cos si tratta una madre? L'aveva spinto fuori dalla porta. Era ritornata: Scusate. E aveva tolto di braccio il bambino alla donna. Gli occhi erano accesi e le guance erano rosse conce se fosse stata lei a bere il vino per tutta la serata.
L'uomo era rientrato.
Voglio pagare, io. Ed agitava il biglietto da dieci.
La padrona gli strapp il denaro dalle mani e lo pass alla madre.
Scusate. Continuava a ripetere. Scusate. E non trovava da dire altro.
Caro, caro. faceva al bambino, una voce nuova, questa, pi limpida, pi dolce.
Ho avuto anch'io una bambina. Port il piccolo nel retrobottega; torn indietro, lo consegn alla madre.
Il bambino stringeva un giocattolo in mano e se lo guardava serio.
Era della mia piccina, spieg la donna.
La madre rimise lo scialle.
Grazie. fece non poteva dire altro.
La padrona lo accompagn fino all'uscio.
Se alza le mani, fatemi chiamare.
Gli uomini, ai tavoli, avevano dimenticato di bere.
I loro pensieri erano pieni di madri e di figli. I visi, illuminati da quei pensieri, erano pi chiari.
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6. FILO DI VITA. Pubblicato nel giornale "Il Lavoro" del 22 luglio 1941 e poi col titolo "Piccina, ascoltami" ne "L'illustrazione del popolo", supplemento della "Gazzetta del popolo" del 13 dicembre 1942.
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Fai "ciao" cara; fai "ciao" allo zio, la mamma incitava.
La manina si muoveva: due, tre mosse incerte.
Su, cara su, dentro di lui nascevano le parole ad aiutare. Le tenere dita s'aprivano, si chiudevano: la manina precisava il saluto e lo sguardo si faceva pi intenso entro la luce degli occhi.
Quando s'allontanava dalla casa della nipote l'aria era sempre piena di suoni: una musica dolce, leggera, come se sbocciasse sui tamerischi, come se nascesse dal mare, che s'allargava subito gi, di l dalla strada, fino a raggiungere l'orizzonte lontano. Le persone che gli venivano incontro avevano il volto sereno. Gli occhi dei bimbi, nelle carrozzine aperte al tepido sole, erano di cielo.
Era stato lontano e aveva portato dentro di s la solitudine della citt; il vuoto delle stanze d'albergo. Ora il pensiero della nipotina era sempre con lui e non era pi solo. Una fragile cosa, la piccina, che si andava animando, che si disarticolava, che acquistava pensieri, suoni, voci: "Canta, cara, canta" ed il suono usciva dalla boccuccia, mentre gli occhi lo guardavano, come a dire: "Va bene?".
Brava, brava. E la piccina sorrideva.
Quando bussava alla porta di casa dei nipoti, la voce della mamma o di uno dei figlioli pi grandi chiedeva: Chi ? Lui tornava a suonare. Chi ? La porta veniva aperta ed una cosina piccola, fragile, per terra, sollevava, sul collo esile e bianco, la testa; a guardare.
No tu, no tu. Insieme a lui si chinavano gli alberi del viale, le cose, il cielo. Sono io che debbo inginocchiarmi; aspettare che la manina mi sollevi, che la manina mi tolga, col suo contatto, d'addosso il peso degli anni, dall'anima il grigio dei pensieri. Ma le parole restavano dentro. Sollevava la piccina fra le braccia. La manina batteva sui suoi capelli: una carezza, come se lo sfiorasse un'ala.
Zio, guarda come sa leggere. La sorellina dava un giornale alla piccina: Leggi, amore.
N ne, cherr cherr. i suoni fiorivano sulla boccuccia e gli occhi erano intenti, seri.
Dove sono i quadri? guarda che bei quadri, diceva lui.
La piccina sollevava il braccio e la manina s'allargava, faceva un piccolo arco, poi si fermava in direzione di uno dei quadri appesi alla parete. Oh! l'esclamazione usciva e lo sguardo era pieno di meraviglia.
A otto mesi io non avevo ancora aperto gli occhi.
Il padre sollevava la creatura sulle braccia: Dammi la manina: facciamo un balletto.
La manina si posava, distesa, su quella del padre, la bocca si allargava agli angoli: un sorriso che scioglieva ogni ruga dalle fronti.
Il fratello, la sorellina erano gi "grandi" e si divertivano, a volte, a giocare in "circolo" con la piccina.
Giro, giro tondo. Una bambolina che stava ferma fra loro due, con i grandi occhi che chiedevano. Tutti seduti per terra, e anche lei, allora, cadeva a sedere.
Mia nipote ha una bambina che  veramente un prodigio, a volte si lasciava portare a raccontare come faceva a leggere, a cantare la piccina e gli amici a sorridere. Ti ci vorrebbe una famiglia: sei proprio maturo per essere padre. Allora taceva e lasciava che dentro salissero queti e dolci i ricordi della casa paterna.
Suo padre soleva vantarsi di avere avuto tanti figli: V' uno scopo di vivere. I figli ci fanno dimenticare i dispiaceri. Gli occhi della madre erano lucidi quando il padre parlava della famiglia.
Ma a poco a poco i ricordi, le voci svanivano, ed il peso degli anni ritornava a farsi sentire.
Ma poi bussava alla porta dei nipoti: la piccina apriva le piccole braccia: un porto ove s'acquietava ogni mareggiata.
Fai "caro" allo zio.
La manina passava, ribatteva sulla guancia: una sensazione di fresco, come il tocco della brezza.
Sembra un uccellino. Lui porgeva il cucchiaino colmo e la boccuccia era gi aperta in attesa. Il collo era bianco sotto il mento, esile, e la testa si ergeva quasi a stento, coi capelli di seta. A volte la bimba si trovava nel suo lettino: attraverso al velo il respiro giungeva lieve.
Pensava, allora, che cos dovevano respirare i fiori nei giardini.
Un giorno, dopo aver bussato, aspett le note parole: Chi ? ma la domanda non venne ed il silenzio pes. Poi la porta venne aperta ed il nipotino gli fece cenno di tacere.
La piccina? ed il cuore si ferm in attesa.
Sta male:  caduta.
" caduta la piccina". La nebbia infitt davanti. Avanz a fatica.
Le finestre erano accostate e la stanza era nell'ombra.
 caduta. disse il padre.
Ma come? S'era appressato al letto: la bambina sotto al velo, era di cera e gli occhi erano chiusi.
Ha battuto la testa: era nella carrozzina. Ha vomitato e tremava tutta, la voce della madre cadeva nella stanza ed era come se tutto franasse. La faccia era esangue e gli occhi lucidi.
Il dottore? La frana trascinava ogni cosa.
Ne sono venuti due: non possono fare nulla: un po' di ghiaccio sulla testa e bisogna attendere.
Gli occhi del padre erano fissi.
"Non possono fare nulla". Le parole scavavano: tutto rovinava. "Non possono fare nulla". La bambina era di cera e sulla testa aveva la borsa del ghiaccio.
"La bambina col ghiaccio". Le gambe pesavano ed anche le spalle; un vuoto, dentro la testa, come se fosse uscito dal sonno.
Sedete. Le parole della nipote non avevano senso. Il viso della piccina era bianco ed il respiro veniva da lontano. "Bisogna salvarla". Le lacrime scivolavano, ma le ferm. "Bisogna salvarla".
Allargo i lembi del velo e la preghiera nacque dentro: "Piccina, ascoltami: non puoi lasciarmi, non puoi. Sei tanto per me, non puoi lasciarmi. Vedi tua madre, tuo padre, avrebbero ancora il tuo fratellino e la tua sorellina. Io no; ti ho vista appena nata; ti ho insegnato tante cosine: ognuno di noi ti ha dato qualcosa di suo. Non puoi andartene; non puoi lasciarmi: piccina, ascoltami". Il cuore si ferm; il silenzio pes.
Poco a poco, il sangue afflu al viso; il respiro divenne pi calmo; gli occhi si aprirono, guardarono incerti, fissarono i suoi ed il sorriso affior agli angoli della bocca.
Oh Dio, sorride, la madre non si era potuta frenare.
Zitta. Il padre era accanto al letto e gli occhi erano lucidi.
Un miracolo! Cara, cara! la voce della madre tremava.
"Mi ha sentito: sono stato io", avrebbe voluto dire lui, ma la gola era stretta: era anche inutile che lo dicesse.
Cara! Cara! le voci della madre, del padre erano attorno al letto.
La piccina ora guardava attorno con gli occhi grandi; pieni di sole.
Sedette: era stanco, tanto stanco; le braccia, le gambe gli dolevano.
Certo era lui che aveva lottato con la morte; ma ora era finita e c'era tanta pace attorno; tanta pace.
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7. MARIA ROSA. Pubblicato nel giornale "Il lavoro" del 14 settembre 1941.
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Il paese viveva sperduto fra i campi.
Tra una casa e l'altra, al di sopra del muro dei cortili, si affacciavano scure foglie di fichi, teneri pampini di vecchie contorte pergole.
Ai due margini dello stradale, prima dello sfocio nel paese, le spighe, dall'aprile al giugno, si ammassavano alte, la chioma leggermente incipriata come per assistere al passaggio degli uomini, degli animali. Spesso erano i carrettieri a passare: i muli avanzavano insonnoliti ed i carri si trascinavano dietro.
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Quando i carri entravano nel paese, i carrettieri saltavano gi e camminavano a fianco degli animali.
Le fruste tagliavano l'aria e lo stradale si riempiva di scoppi Aaa! Aaa! gli uomini slargavano le bocche.
Gli animali, allora, allungavano il passo e le sonagliere tintinnavano lungo il collo e su per i sellini.
Le ruote cigolavano nei solchi, e i fusti, sui carri, avevano dondolii e scotimenti da ubriachi.
Gli attardati raggiungevano con brevi trotti la fila e la teoria dei carri sfilava, impennacchiata, avanti alle case, come ad una sagra.
Terr. quando il primo carro raggiungeva l'"Osteria dei tre galli", in fondo allo stradale, il carrettiere di testa richiamava l'animale. La bestia s'arrestava: uno scricchiolio lungo il timone, gi per le ruote come se il carro fosse scosso da un brivido.
Anche le altre bestie si fermavano l'una dietro all'altra e le zampe zappavano nella polvere dello stradale.
Gli uomini legavano le sacche alle teste degli animali, poi entravano a prendere "un boccone".
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Come va, padrone? qualcuno chiedeva.
Ringraziamo Dio, la risposta era sempre la stessa. L'oste disponeva i fiaschi sulle tavole di legno, dava una voce alla sua "vecchia" in cucina.
L'odore dei fagioli riempiva l'osteria ed il fumo delle pipe saliva, leggero, verso le travi del soffitto.
Maria Rosa scivolava, svelta, tra i tavoli; posava i piatti fumanti avanti agli uomini: la mano era bianca sui tavoli neri e lucidi d'unto.
Maria R, vieni con noi, qualcuno invitava.
La ragazza filava in cucina: fra il rumore delle pentole e lo scoppiettio della legna seguiva i discorsi dei carrettieri.
I bicchieri si svuotavano nelle bocche larghe, le mani passavano ad asciugare i baffi lucidi ed i discorsi si facevano pi interessanti.
Maria Rosa sentiva picchiare, dentro, il cuore: un tuffo caldo su e gi per il corpo come fosse lei a bere nei bicchieri tozzi. Le donne in citt sembrano madonne. Una voce giovane e gli altri a ridere.
Poi i carrettieri s'alzavano per ripartire.
Il padrone accompagnava gli uomini fino avanti alla porta:
Buona fortuna!
I cavalli riprendevano il cammino: le ruote tornavano a cigolare nei solchi della strada.
Maria Rosa sparecchiava, metteva in ordine le panche, spazzava.
Il rumore dei carri giungeva ancora, di tanto in tanto, quando le ruote macinavano la pietra fra la polvere dello stradale. Poi anche il macinino taceva e Maria Rosa restava a fissare le travi del soffitto, attraverso il velo del fumo.
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Qualche volta i carri passavano di notte.
I rumori delle ruote salivano a svegliare Maria Rosa.
"Le donne in citt sembrano madonne...". Quando gli uomini parlavano della citt avevano gli occhi lucidi.
Il rumore dei carri svegliava qua e l l'abbaio di un cane. Maria Rosa seguiva il macinio dei carri, poi a poco a poco chiudeva gli occhi.
Le accadeva, a volte, di sognare: la strada bianca come se vi avessero rovesciato carri di cipria. Sotto la luna le colline stavano ferme, come incantate e gli alberi, lungo i bordi, sussurravano piano per non svegliare i carrettieri distesi, supini sui carri. Lei era piccola chiusa nel suo scialle, fra i sacchi gonfi. I carri guadagnavano chilometri lungo i campi grigi, verso la citt.
Si svegliava sempre quando il carro scricchiolava contro le pietre che affioravano fra la polvere.
Si ritrovava nella stanzetta sopra l'osteria: la fronte era umida, il cuore picchiava forte, il sangue scorreva su e gi, pi veloce lungo il suo corpo.
"Maria Rosa, vieni con noi?".
Nascondeva la testa fra i cuscini, per non sentire; ma la bocca dell'uomo era rossa come il vino nel bicchiere tozzo e i denti brillavano bianchi. Quando l'uomo s'alzava per tornare al suo carro sganciava e riagganciava la fibbia sotto la giacca di velluto: lungo il nastro della cinghia i bottoni di rame brillavano come fossero d'oro.
Gli occhi di Maria Rosa restavano aperti sino a quando la luce dell'alba incominciava a picchiare sui vetri della finestra.
Allora si vestiva lentamente; scendeva piano lungo la scala di legno per non svegliare i suoi vecchi; cominciava a mettere un po' d'ordine sul bancone dell'osteria.
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Una mattina Maria Rosa non discese dalla sua camera.
La madre trov la porta aperta e le cose in disordine: la notte erano passati i carri.
La donna continu a rimestolare i fagiuoli nella grossa pentola ed il vecchio serviva, lui, i carrettieri sulla tavola di legno. Ma gli uomini non ridevano pi, perch il padrone aveva sempre la bocca chiusa e le sopracciglia aggrondate.
"Per me  morta" aveva detto quel giorno e il nome di Maria Rosa non s'era pi pronunciato all'"Osteria dei tre galli".
Il vino, quando i pensieri covano nella testa, scende gi freddo; il fumo delle pipe circonda gli uomini come la nebbia e le parole cadono senza eco, attorno.
I carrettieri si fermavano pi raramente e la bottega perdeva, poco a poco, i suoi clienti.
L'insegna di rame con i tre galli era scurita di giorno in giorno ed ora era nera come se fosse di ferro.
Quando il vecchio se ne fu andato, Maria Rosa riapparve nell'osteria.
La madre ritorn a rimestolare in cucina e Maria Rosa a servire gli uomini fra le panche ed i tavoli lucidi d'unto.
I carrettieri parlavano delle donne di citt; dei divertimenti; specie quando erano di ritorno, ma Maria Rosa continuava a servire in silenzio.
Gli uomini pagavano, s'alzavano, ritornavano a fianco dei loro carri: Aaa! Aaa! e le bestie si movevano. Maria Rosa guardava sulla soglia: ma gli occhi ora erano grandi nel cerchio che gli anni avevano scavato attorno ad essi.
Le ruote erano grosse di fango; le ossa dei carri scricchiolavano come vicino a spezzarsi. Le code degli animali erano impasticciate e gli uomini aveano le scarpe dure e le gobbe ai ginocchi nei pantaloni di tessuto grosso.
La teoria dei carri filava lenta, si perdeva allo svolto dell'ultima casa.
Le rughe dello stradale s'allungavano sino in fondo: erano pi profonde e pi scure.
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8. FULL CANE LUPO. Pubblicato nel giornale "Il lavoro" del 19 ottobre 1941.
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Ogni tanto mi piace dare uno sguardo alle vecchie carte, frugare fra i vecchi ritratti: nomi, volti, gesti si fanno, allora, strada fra la nebbia dei ricordi; persone si fermano a discorrere piano con me: mi parlano di tempi lontani, di care ore trascorse in loro compagnia.
Stamane, da un fascio di carte, ho tirato fuori una fotografia: un "gruppo": assieme a me stanno tre amici ed un cane.
Quattro amici in gita, ad Avenza di Carrara in occasione della festa di S. Giuseppe ed un cane: Full.
Ognuno di noi  andato per la propria strada. Qualcuno  salito molto in alto. Il cane  morto appena pochi mesi dopo che ci siamo fatti il gruppo. Sulla fotografia  vivo: il collo dritto, le orecchie tese, gli occhi accesi come in attesa del "pronto".
Attorno al collo  chiara la collana di noccioline che gli avevo posto prima della "posa".
Anche nel ricordo Full  sempre vivo: nei "gruppi" le persone che son poi morte, hanno le bocche spente e gli occhi fissi: forse perch non sappiamo dare pi luce ai loro sguardi. Full  rimasto caldo sulla carta, pieno di vita: mentre sto scrivendo lo sento al mio fianco: pronto, attento, vibrante.
"Ti presento Full" quando il mio amico me lo present aveva il viso illuminato da un sorriso.
Il cane aveva alzato la testa ed i suoi occhi si erano posati su di me.
Poi gli occhi erano passati sul suo padrone ed erano infine ritornati a fissarmi.
"Non facciamo scherzi, Full", cercai di darmi un contegno, ma, dentro, il cuore aveva accelerati i suoi battiti.
Il cane, intanto, si era alzato, alto e robusto, e mi sembrava che stesse esaminandomi.
" un amico, Full; vai a cuccia".
La voce del padrone venne in tempo.
"Un bel lupo" feci allora io.
" ancora giovane, ma  molto intelligente".
"Cosa ti  venuto in mente?".
"La settimana scorsa sono stato in Garfagnana: me lo hanno regalato".
"E non scappa?".
"Me l'ha fatta sabato scorso, Full. Dopo che lo ho slegato ed ho aperto la porta;  ritornato, per, perch il suo vecchio padrone gli ha ordinato di ritornare. Gli era capitato presso il capanno ed era andato a fermarglisi vicino: la testa bassa e gli occhi umidi; come un colpevole. "Va via" gli aveva gridato l'uomo; "t'ho detto di andare via", ed  bastato".
"Me lo son visto capitare con l'aria cos abbattuta che non ho avuto coraggio di dargli una lezione".
"Un bel cane" feci io.
Giocammo a "poker" come solevamo fare ogni sera: a "poker" di qualche soldino e "senza rilancio" e la moglie del mio amico prepar per noi le solite frittelle.
Non fui capace in tutta la serata di fare un "bluff".
Mi feci soffiare un magnifico piatto da uno degli amici e "scappai" parecchie volte contro giochi pi deboli del mio: lo sguardo di Full seguiva i movimenti delle mie mani e le carte pesavano.
Ma poi entrai nella cerchia degli amici di Full.
Il mio amico non aveva figlioli ed a volte giocava con Full come se giocasse con un bambino.
"Stai a casa Full" quando il padrone glielo ordinava Full restava ma rifiutava il pasto se il padrone non era di ritorno all'ora solita del pranzo.
Nelle passeggiate precedeva il padrone di qualche passo ed era attento e sensibile ad ogni gesto, ad ogni avvenimento che attorno al padrone venisse fatto o si svolgesse.
Il mio amico indiceva spesso riunioni e faceva, a volte, qualche bel discorso: Full ne seguiva i gesti e ne ascoltava la voce come se tutto ci che diceva interessasse anche lui. Qualche volta le voci suonavano alte ed i volti erano accesi, ma Full aveva i denti bianchi ed aguzzi, e le parole perdevano tono.
Un giorno un amico volle farci una fotografia, davanti al teatro Verdi: "Pronti" la macchina scatt ma il sorriso che era affiorato sulle labbra di qualcuno si spense ed i visi scolorarono. Full era balzato sul fotografo.
"Fermo Full" in tempo la voce del padrone lo ferm, ma il corpo continu a vibrare, ed i denti erano aguzzi le gengive pallide.
"Sta buono Full" la mano del nostro amico pass e ripass sul dorso del cane ed il pelo poco a poco ritorn docile e morbido.
Allora a vedere il viso del nostro amico fotografo, ci siamo messi a ridere; ma nessuno di noi pens a "posare" di nuovo.
"Avremmo dovuto avvisarlo prima" giustific il padrone.
"Il tuo cane non ama le interviste".
" ritroso come una signorina".
"Caro Full, non potrai fare l'artista cinematografico". Ognuno di noi volle dire qualcosa: forse per provare se la propria voce avesse il timbro normale.
" ancora un po' selvaggio" concluse il padrone: ma lo faremo diventare pi socievole.
L'indomani sera trovai Full con un collare lucido di borchie: sollev appena la testa al mio ingresso.
Durante il nostro gioco guard poche volte dalla nostra parte: uno sguardo triste, mortificato. Ma dur pochi giorni quella sua umiliazione.
Una sera trovai gli amici seduti tutti intorno in salotto.
Buona sera. feci.
Buona sera. Solo la signora rispose.
Il marito fece un cenno col capo e gli altri amici levarono gli occhi a guardarmi.
Sedetti accanto ad uno di loro.
"Che succede?" domandai piano.
" morto Full: sotto un camion" la voce era timida, ma gli occhi del padrone s'accesero agli angoli.
Il silenzio pesava come nelle veglie.
"Andiamo a fare due passi". Cercai di staccare l'amico dai suoi pensieri.
"No, grazie" mi rispose.
"Esci un po' con loro" la moglie cerc di convincerlo.
"Non mi sento".
Non seppi insistere.
Poco dopo ci alzammo e lasciammo la stanza dell'amico.
"Bisogna avere pazienza" quando gli strinsi la mano, aveva gli occhi rossi.
Non rispose, ma la sua mano si trattenne nella mia pi del solito.
Anche la signora aveva gli occhi lucidi ed il viso acceso.
"Scusate" ci disse, quando fummo davanti alla porta.
Salutammo di nuovo. La porta si richiuse piano.
"Com' stato?".
"Un camion: Full aveva svoltata la strada in uno dei suoi va e vieni; ritorna e vede un bull dog che s'avvicina alla gamba del padrone; si lancia contro la bestia: il camion arriva, lo investe: una morte atroce, povero Full".
"Sar rimasto male, lui".
"Per fortuna non aveva la pistola". Avrebbe tirato sul conducente: dice che avrebbe potuto sterzare.
Eravamo giunti ai piedi delle scale: mi accorsi che eravamo scesi in punta di piedi.
Il portone era accostato: qualcuno aveva voluto accostarlo come se nella casa fosse proprio morto uno degli inquilini.
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9. PANEPERSO CANE DI GUARDIA. Pubblicato nel giornale "Il lavoro" del 19 luglio 1942.
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"Tieni, Paneperso" lo zio Blasi faceva le viste di tirare qualcosa dalla tasca di velluto e poi lanciava un sasso.
Il cane correva, raggiungeva il sasso e ritornava: la coda si muoveva lenta sugli stinchi e gli occhi lacrimavano sul muso sempre umido.
Zio Blasi allargava la bocca e la risata usciva, rauca, di tra i denti: poi veniva su la tosse dal vecchio petto e dalle palpebre rosse di congiuntivite scivolavano le lacrime.
Il cane si allontanava e portava la testa contro il pantalone dello zio Ciccio che se ne stava seduto davanti alla casetta a fumare nella sua vecchia pipa.
"Cosa c',Vassallo, cosa c'?". La mano pallida passava, ripassava sul pelo della testa.
La coda del cane si muoveva da destra a sinistra tra le gambe magre e lo sguardo seguiva su e gi il movimento della nano: uno sguardo mite; d'agnello.
"Tieni, Paneperso". la voce di zio Blasi tornava ad invitare ed il sasso rotolava in mezzo all'erba.
Il cane ricadeva nel tranello e lo zio tornava a riempirsi la bocca di riso e di tosse.
Zio Ciccio allora, si alzava e trascinava la sua gamba malata fra i mandorli lontano da noi.
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"Un bastardo che non vale il pane che si mangia". Aveva detto zio Blasi, quando mio padre aveva portato dal paese Vassallo, ancora piccolo.
"Mi hanno detto che potr cacciare".
"Le lucertole, potr cacciare".
"Sar capace". E mio padre s'era rivolto al cane; "Non  vero, Vassallo?".
Ma la prima volta che Vassallo era stato portato a cacciare aveva fatto fiasco.
"Su" aveva incitato mio padre. "su Vassallo", ma il cane s'era ostinato a puntare avanti la bocca della tana, mentre il coniglio era "sfrattato" una ventina di metri pi in l.
"Tac" il grilletto del fucile era scattato e lo zio Blasi s'era affrettato verso la fratta, aveva mosso le erbe e gli sterpi con la canna del fucile "debbo averlo colpito". "Non deve essere lontano". E s'era rivolto a Vassallo: "Su cercalo".
Ma il cane era corso dalla tana alle fratte, dalle fratte alla tana: inutilmente.
"Le lucertole, sa cacciare" aveva commentato al ritorno zio Blasi; ed aveva buttato contro l'angolo la sua "doppietta".
"Ma  un cane da guardia" aveva cercato di difendere lo zio Ciccio.
"Da guardia? Voglio vederlo io: tutto pane perso: ve lo dico io".
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Mio zio Blasi veniva a passare un giorno alla settimana nella nostra campagna: quando noi, col nascere della primavera ci trasferivamo nella nostra casetta sulla collina.
"Restate ancora un giorno" invitava a volte mia madre.
"Ho le mie terre, io". E batteva contro il suolo il tacco dello stivale come a scuoterne la terra che non era la sua.
Zio Ciccio stava invece con noi fino alla raccolta delle carrube.
Ci teneva compagnia, mentre mio padre per ragione del suo commercio andava e veniva dal paese.
Durante il giorno Zio Ciccio portava la sua gamba malata a fianco del vecchio bastone lungo il limite della nostra "chiusa".
"Andiamo, Vassallo".
Il cane lo seguiva a testa bassa e si fermava di tanto in tanto come annoiato di quelle lente passeggiate.
"Cosa aspetti?" la voce lo scuoteva e ritrovava il cammino dietro al bastone di mio zio.
"Attento Vassallo" avvisava a volte zio Ciccio.
Il cane puntava il muso contro la distesa di spighe: "Attento" incitava mio zio.
Il collo vibrava, la coda era ferma e lo sguardo diritto.
Ma il bastone tornava a battere la viottola lungo il "limite" ed allora Vassallo riprendeva a respirare affrettato.
Quando ritornava dalle sue lunghe passeggiate mio zio portava sempre qualcosa: asparagi, cavoletti, borragine.
Vi assicuro che  un buon cane" faceva rivolto a mia madre, alle mie sorelle.
Mia madre raccoglieva nel suo grembiule nero le cose portate dallo zio e sorrideva contenta.
Mia madre voleva molto bene a quel suo fratello povero e malato ed io e le mie sorelle eravamo molto contenti che lo zio fosse con noi.
Sul tramonto di ogni giorno mio padre ritornava dal paese.
Quando il carro con la cavalla appariva sulla trazzera noi agitavamo le mani a salutare.
Il cane puntava il suo muso ed i guaiti venivano su continui assieme a piccoli latrati; poi quando il macinio del carro giungeva fino a noi, si lanciava gi dal poggio, spariva nel mare delle spighe.
Quando mio padre, sul carro, ci raggiungeva, il cane stava diritto accanto a lui.
"Gi". E Vassallo saltava.
Lo zio Ciccio aiutava mio padre a togliere i finimenti e poi portava la cavalla sotto la tettoia, a fianco della casa.
Presto giungevano il masticare e gli sbuffi della cavalla. Mio padre raccontava i "suoi affari" a mia madre e la cena era gi pronta per noi tutti.
Quando mangiavamo lo zio Ciccio aveva lo sguardo timido: ogni tanto la sua mano gialla si allungava: veniva improvviso lo schiocco della bocca del cane.
Dopo cena zio Ciccio scendeva a "dare un'occhiata" attorno alla casa, mio fratello andava ad abbeverare la cavalla al vicino casello e le mie sorelle sparecchiavano.
Mio padre e mia madre sedevano al "fresco" ed io stavo vicino a mia madre.
La sera infittiva: le messi sussurravano oscure; i colli cadevano nella notte; attorno di tra gli alberi neri si levava l'alto canto dei grilli.
La mia testa poggiava sul grembiule: la voce di mia madre era dolce.
Sotto l'ulivo, in fondo alla spianata, respirava la pipa di mio zio.
I mandorli sussurravano fra loro; il canto dei grilli saliva nel buio, continuo, incessante; i miei occhi cadevano nel sonno.
A volte, nella notte, mi svegliava l'abbaio del cane, poi il silenzio si ricomponeva ed il respiro delle mie sorelle mi teneva compagnia.
Quando la luna era alta Vassallo non chiudeva occhio; lunghi erano gli abbai, interrotti da brevi silenzi.
"Piantala" veniva a volte il richiamo di mio zio ed il cane taceva.
Mio zio dormiva al piano terreno.
Qualche volta lo sentivo uscire; il bastone picchiava contro la spianata, s'inoltrava fra i mandorli.
Quando rientrava il cane tornava ad abbaiare.
"Cosa c'" la voce di mio padre scendeva attraverso la botola, gi fino a mio zio.
"Nulla; abbaia alla luna".
Una mattina mio padre era tornato indietro insieme allo zio Blasi, venuto a passare con noi la solita giornata.
"Hanno rubato le fave".
"Dove?" chiese lo zio Ciccio.
"Vicino alla trazzera: una diecina di manate".
"Non s' sentito Vassallo" aveva osservato mia madre.
"Cosa volete che sappia fare Paneperso?" comment zio Blasi: " un vagabondo lui".
"Saranno stati i conoscenti" aveva cercato di giustificare zio Ciccio, ma mio padre era contrariato e guard il cane scuotendo la testa.
"Un danno forte?" svi mio zio.
"No: poca roba, ma la cosa non mi va gi".
S'erano allontanati verso il luogo del furto.
Io li avevo seguiti a poca distanza.
Zio Ciccio era poi rimasto indietro col cane. Sentivo che rivolgeva parole al cane ed il cane guaiva.
Quando erano tornati il cane aveva la coda ferma fra le gambe magre e gli occhi lucidi di pianto.
Qualche giorno dopo mio zio Blasi era venuto al tramonto, insieme a mio padre.
Quando era giunto, aveva scaricato due ceste di pere.
"Sono della mia terra". Gli occhi erano accesi fra le palpebre arrossate.
La mula era stata legata sotto la tettoia un po' distante dalla cavalla perch non avesse fastidi.
"Paneperso", anche mio padre lo chiamava ormai cos, come al solito era stato legato con la cordicella al mandorlo vicino. A notte alta ero stato svegliato dai suoi latrati.
La luce della luna filtrava pallida attraverso le fessure delle imposte e l'abbaio del cane insisteva.
"Pap" chiamai piano.
"Che vuoi?".
"Cos'ha Paneperso?".
Il latrato s'era intanto allontanato, poi s'era spento ed un mugolio era venuto fino a noi.
"Vado a vedere".
Avevo sentito mio padre muoversi nel buio; anche nella stanza di sotto risuonavano passi. Un colpo era scoppiato improvviso poi silenzio: uno, due minuti, un'eternit. Poi il mugolio del cane che finiva in un lamento.
Ero sceso dietro a mio padre; lo zio Blasi, zio Ciccio e mio fratello erano gi avanti alla tettoia.
"Le bestie" aveva gridato zio Blasi. "Hanno rubato le bestie".
I fucili erano lucidi sotto la luna. Mio padre s'era inoltrato fra i mandorli.
"Il cane, il cane" aveva gridato.
Fummo vicini a lui.
Il cane ansimava: fra i denti stringeva una striscia di stoffa nera di sangue. Dal collo scivolava un rivolo. Il pelo era bruciacchiato, la ferita larga.
"Eccoli, eccoli" zio Blasi aveva sentito muovere qualcosa fra i mandorli in fondo alla chiusa; si era affrettato da quella parte.
Erano scoppiati due spari, poi la voce di mio zio: "le bestie, le bestie".
Mio padre s'era affrettato verso quella parte. Presto erano ritornati: tenevano per le redini le bestie.
"Le avranno abbandonate dopo lo sparo" disse mio padre.
Zio Ciccio era ancora ginocchioni a fianco del cane.
"Aveva strappato la corda" disse, deve avere addentato uno dei ladri alla gamba.
Il cane aveva ancora un po' di luce negli occhi umidi di pianto.
"Povero Vassallo, povero Vassallo", la mano di mio padre passava e ripassava sul corpo disteso.
"Un buon cane" scese la voce di zio Blasi.
La luce negli occhi si era spenta.
Il pianto mi aveva presa la gola. Mio fratello, lo zio Ciccio, mio padre avevano gli occhi lucidi.
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10. STORIA QUASI VERA. Pubblicato nel giornale "Il lavoro" del 25 ottobre 1942.
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Senti il mio Luigi! La bocca s'allarga, dentro il bruno del viso e il riso scoppia: il gorgoglio della sua gola  come un canto di passero.
Ogni volta Ginetta mi legge qualche lettera del suo figlioccio.
"Ora basta con queste lettere"; le parole affioravano appena nel pensiero, ma la protesta non matura: il gorgheggio si ripete a disarmarmi.
"Mia cara", le parole sono fitte, i pensieri si levano dalle pagine, ricamano, attorno, trine di gentilezza: la giornata del figlioccio scorre davanti a noi: luoghi, compagni, fatti: li vediamo animarsi, muoversi, parlare.
La madre segue le parole e il sorriso si  fissato sulle labbra.
 bravo, no? E Ginetta attende che io approvi.
Bravissimo.
No, non scherzare;  bravo sul serio il mio Luigi.
Finch dura.
Oh, questo  veramente bravo.
Perch l'altro era proprio cattivo?
No, ma si dava troppe arie: in ogni lettera un consiglio.
Aveva pi giudizio, osserva la sorella.
Macch, era presuntuoso. Ma perch tu non gli leggi quelle del tuo figlioccio?
Anche tu?
Il mio  serio. Il viso  di fiamma.
 vecchio?
No, ma  veramente serio.
Tira fuori le tue lettere, la sorella incalza.
Ma Carla non si decide.
Su, leggine qualcuna. incoraggia la madre.
Ma come l'hai conosciuto? domanda.
Me l'ha dato un'amica.
Si cedono?
No; il suo figlioccio aveva chiesto il nome d'una madrina; per un collega.
Ed  veramente bravo?
Oh, lo credo.
E allora, leggi.
Ma non mi piace. E poi non ho pi notizie da tanto.
Su, scriver.
Ma non ha tardato mai.
Va nella sua stanza, ritorna con un mucchio di lettere.
Uh, quante!
Ora state zitti.
Carla sceglie, incomincia.
"...Ora la mia vita monotona ha, grazie a Voi, un piacevole diversivo: quello di attendere le vostre lettere.
Siete giovane ed anch'io non sono vecchio, forse per la mia vita cos diversa dalla vostra mi ha giovato in fatto di esperienza. Vi prego ora di scusarmi se fin dalle prime lettere vi chiedo di abbandonare quell'etichetta che, certo ve ne sarete gi accorta, non mi permette di esprimermi con quella naturalezza che vorrei: in una parola vi sarei sommamente grato se fin dalla prossima vostra, vorrete trattarmi familiarmente col "tu". Se ci non potr essere non avr naturalmente nulla da ridire, per non sarei contento di questo perch ci significherebbe che, per quanto io abbia fatto, non sono riuscito a conquistarmi la vostra fiducia. E sarebbe un vero peccato, perch qui, con i primi annunci della primavera, la vostra lettera cos gradita, mi ha portato un po' di luce e di poesia in questa vita, che, non avendo ancora nulla di eroico, presenta dell'ambiente militare solo l'uniforme grigio-verde".
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"...Una cosa che non avevo ancora provato: la nostalgia dell'Italia, appena ho ricevuto la tua fotografia mi  venuto un desiderio cos forte di vedere la mia bella terra e te, che tu non puoi immaginare. Sono rimasto alquanto in meditazione e con la fantasia mi sono portato vicino a te, mi sono visto passeggiare in una via ampia dove vi era una folla che passeggiava tutta sorridente; tutto il mondo sembrava che gioisse, ma poi la dura realt; fui distolto dai miei pensieri dal sergente che mi chiedeva una cosa di servizio e il risveglio mi ha fatto vedere tutto ci come un sogno tanto lontano che non vi sarei mai giunto, e passai tutto il pomeriggio distratto e avendo in cuore una tristezza profonda...".
 bravo?
Non c' male, se  sincero.
S, che lo .
Carla sceglie tra le lettere:
Sarebbe troppo lungo, giustifica.
Te ne ha mandate!
Da ogni luogo. Senti questa:
"...Tutta questa tristezza e malinconia ha avuto un po' di causa; la notizia della morte, qui in Africa, sul fronte di Tobruk, di un mio carissimo amico, conosciuto a Napoli; eravamo come due fratelli. Stai a sentire come ebbi la notizia".
"...Ti puoi immaginare come rimasi male, sapendo che aveva a casa una moglie che adorava e una bambina di sei mesi".
...
"...Ora mi trovo a Homs dopo aver fatto tutto il giro della Tripolitania. Il giorno 14 mi trovavo a Tripoli e di l volevo scriverti ma ho avuto pochissimo tempo perch sono partito due ore dopo che ero arrivato. Finalmente il giorno 16 sono giunto qui e dove credo rimarr un po' di tempo"...
Carla sceglie, sospira, apre ancora una lettera: questa  stata l'ultima.
"...Ed ora che credo di averti detto tutto, fuorch una cosa che ti scriver in seguito, invio a te e a tutti saluti affettuosi".
E non ha pi scritto?
No;  stata l'ultima.
Peccato; sarebbe proprio un peccato, lamenta la madre.
Ora non incominciare, protesta Ginetta, ma anche i suoi occhi si accendono agli angoli.
Avete cercato?
Abbiamo chiesto a tutti: al Comando, alla Croce Rossa, al Podest del suo paese: nessuna risposta.
Allora non c' nulla di grave.
Speriamo. Ma  tanto tempo.
Chiss cosa voleva dirmi: le parole escono lente come se il pianto che doveva far piena alla gola, le avesse lasciate passare appena.
Doveva essere una bella cosa: era cos buono lui.
La madre ha gli occhi lucidi. Ginetta guarda fuori dalla finestra.
E la sua povera mamma; a quest'ora! la voce  gi incrinata.
Certo, doveva essere una cosa bella, quella che voleva dirti. Anch'io parlo piano.
Fuori la luce  venuta meno. Dall'orto di sotto la sera sale lentamente.
"Sentiamo" tutti che nella penombra della stanza, insieme con noi,  venuta a sedersi la madre di Giulio.
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Son tornato presso i miei parenti, giorni addietro: dopo qualche tempo.
Sai, subito dopo entrata Carla mi  venuta incontro, sai, ha scritto.
Giulio?
S, il mio Giulio,  vivo.
E come  stato?
Carla,  corsa in camera,  tornata agitando una lettera...
"...Mia cara,
...mi vorrai scusare per il dolore che ho arrecato a te, ai tuoi; avevo ricevuto tutte le tue lettere, ma non mi era stato possibile rispondere in qualche maniera. Poi ho lasciato scorrere ancora qualche giorno, cos: per sapere cosa avresti fatto. Cattiveria? Sono stato veramente cattivo, ma ho avuto agio, cos, di conoscerti a fondo.
Ho parlato di te a mia madre, a mio padre, ed ora posso dirti quella tal cosa cui avevo fatto cenno nell'ultima mia lettera: ho deciso di chiedere ai tuoi la tua mano. I miei genitori sono contenti: ti conoscono di gi; quasi quanto me...".
 bravo il mio Giulio? E la Carla mi abbraccia.
Era proprio una bella cosa quella che voleva dirti, fa Ginetta.
Con noi  la mamma: sul suo volto si  fermata la luce.
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11. MADRI E SOLDATI IN TRENO. Pubblicato nel giornale "Il lavoro" del 24 dicembre 1942.
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"Siete tutte fatte cos in questo paese?".
Si rigira. "Guarda com' ben messa".
Il compagno si alza a guardare. Un altro soldato lo segue, si sporge.
"Acqua minerale, aranciata", la voce s'avvicina, s'allontana. Il treno ha uno scossone: le giunture crocchiano; i vagoni puntano i piedi, un altro strattone e i vagoni cedono.
"Pensami, cara". "Se torno ti sposo". "Capo, conservatela per me", urlano le voci.
Le mani si agitano fuori dal finestrino. Il treno accelera, fila sui binari.
I soldati tornano a sedere: le larghe mani a destra, a sinistra, sulle ginocchia, continuano a muoversi come se non trovassero il punto giusto ove posarsi.
Nelle facce accaldate si aprono ancora larghe risate.
Il treno scorre dentro la galleria di vento: ai finestrini si affacciano gli alberi, i pali: uno sguardo fugace. Le colline si affrettano a venire incontro.
"Colonnello, non voglio il pane", vicino a lui uno dei soldati attacca.
Qua e l, nel vagone, s'accendono altre voci.
Ne hanno del fiato, l'uomo che gli sta a fianco parla piano.
Sono giovani.
Quando ero sotto io...
L'uomo parla piano. Il discorso ha pause, riprese.
Le voci, nel vagone, sono cresciute: "Dammi piombo pel mio moschetto".
La voce del compagno di viaggio si fa strada fra gli urli: "...c'era pi seriet".
"Ma no,  stato sempre cos" vorrebbe giustificare, ma le parole non affiorano alle labbra: gli urli crescono, cominciano a dare noia.
Ehi, tu, un marinaio s' rivolto ad un fante, di dove vieni?
Dalla Sardegna; perch?
Si sta bene l?
Come in un altro posto.
Vorrei esserci io, caro.
Starei meglio altrove, io.
O che vorresti di meglio?
Oh bimbo, non credere di essere stato tu a salvare il mondo.
Guarda qui. Il dito del marinaio s'appunta sul distintivo.
E che mi dice?
Battaglione S. Marco.
Bene, allora ti dico che ho gi fatto tutta la Grecia ed un po' di Libia e che ne ho viste pi del tuo leone.
"Piantala", "piantala", alcune voci battono il tempo ed il vagone ne  pieno.
La luce fuori dai finestrini viene meno: i campi s'affrettano a venire incontro, scompaiono; i colli sono lontani, si perdono nella sera: masse scure si levano di l dai finestrini di fianco al treno.
Dalle lampadine azzurrate scende povera la luce e le voci dei soldati si cercano da un sedile all'altro.
Di' vuoi dare corda al tuo strumento?
Piantala ora!
E non fare il difficile!
Ho altro da fare. Il soldato ha tirato gi una cassetta, l'ha aperta. Pone il pane sul sedile; rituffa la mano fra i suoi oggetti.
Ne vuoi? chiede al soldato che ha accanto.
No: ho il cacio.
Prendine uno, offre le uova al compagno, sono sode: me l'ha preparate mia madre.
Parla piano al compagno come per tema che gli altri sentano.
Te ne ha date!
Sai come sono le mamme. Sono delle nostre galline.
"Le ho messe da parte per te" la voce della madre suona improvvisamente dentro di lui. Le uova erano colorate: rosa, verdi.
Tanti anni addietro: era ritornato per una breve licenza, era di Pasqua, aveva trovato la madre sofferente. "Non  nulla, non  nulla" s'era affrettata a rassicurarlo. "Quando sar finita la guerra, mi troverai meglio di prima.  il pensiero di voi tutti".
Il giorno della partenza gli aveva disposto con le sue mani la roba nella cassetta: "Queste te le mangerai in treno" ed aveva posto le uova colorate vicino alla torta. "Ti piacevano tanto quando eri bambino".
L'uomo al suo fianco tace.
Altri soldati hanno aperto il fagotto: affiorano involtini che altre mamme avevano disposto fra gli oggetti. Poi i fagotti si richiudono.
Il treno scivola sulle rotaie. Gli urli sono lontani: appena un ricordo.
La luce  pallida come di candela.
I due soldati hanno poggiata la testa contro lo schienale ed hanno socchiuso gli occhi.
Qualche altro, sui sedili vicini, si  assopito. I visi si sono distesi e sotto le fronti passano calmi pensieri: facce di ragazzi.
A fianco d'ognuno di essi  venuta a sedersi la madre.
"Quando eri bambino ti piacevano tanto". Sente proprio le parole sussurrate all'orecchio. Gli occhi a poco a poco si sono chiusi.
 certo che al suo fianco si  seduta sua madre.
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12. JA: TUTTO BRUCIATO. Pubblicato nel giornale "Il Tirreno" del novembre 1947.
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Tu soldato in Russia? la mano era grassoccia. Il dito mi si era posto sotto gli occhi: un grasso che mi richiam quello dei tacchini.
No.
Non soldato?
Ufficio: sono qui in ufficio.
Siamo tutti funzionari: sfollati qui, intervenne la nostra collega e parl in tedesco.
Ja, ja, gorgogli il riso fra i denti bianchi e le labbra rosee. Ja, discese lungo la gola, si comunic allo sparato della camicia da dove affiorava il petto e gi, pi gi, le prime ondulazioni di una pancina ben nutrita.
Tu, tu... il dito si spost dall'uno all'altro dei nostri volti e la risata continu a scuotere il ventre oleoso.
Quando il dito ritorn all'altezza del mio viso il soldato chiese: Conosci la Russia?
Ho letto qualche libro.
Libro.
Gi, romanzi.
Ja, romanzi, ancora una volta gorgogli il riso e la pancia accenn i suoi sussulti.
Conosci isbe?
Feci cenno di s.
Io, visto.
Restammo in attesa e gli occhi, le labbra e il petto dell'uomo s'animarono illuminati dai suoi pensieri.
Ja: ho visto le isbe, e rise.
Fuori dalla porta, lungo la scala, scendevano, salivano i suoi camerati ed il tonfo dei tacchi ferrati rimbombava dentro di noi.
Chiamano? domandai e feci per affacciarmi sulla scala.
Senti anche tu, mi ferm la voce del tedesco.
Devo andare a scrivere.
Ja; dopo, dopo, e gli occhi brillarono come acque marine.
Gli sguardi dei colleghi erano l a dirmi "non andartene; bisogna avere pazienza".
Sedetti.
Dentro si era aperta l'ansia ed i pensieri facevano ressa. Su e gi per le scale continuavano a picchiare i tacchi ferrati dei tedeschi.
"Perch si rivolge a me: proprio a me?".
Ora la domanda si era precisata dentro.
Come si dice? cerc: il celeste delle pupille spar in alto sotto le palpebre; la palla della testa dondol sul collo robusto: Stinkt, fin col pronunciare.
Puzza? chiese la signora.
Ja, ja: puzza, e la risata torn a sbocciare sul volto lucido.
Sai come sono fatte le isbe?
Con tronchi di alberi.
Alberi? ja.
Allarg le braccia con le mani aperte ad indicare la lunghezza dei tronchi.
Tronchi e fango: una grande isba.
Port l'indice ed il pollice a premere la pallina del naso.
Puzza! Ja puzza!
Prese sul tavolo un pezzo di carta.
Ein Bleisteff, chiese.
La signora cerc sul tavolo, porse una matita.
Grazie. Gli occhi guardarono di l dalla finestra e lo sguardo si raddolc nel ricordo.
Tracci due segni.
Quindici meter per dieci. Poi la matita segn un quadratino: Qui stufa, grande stufa. Poi paglia, tanta paglia, vecchi donne bambini; ventiquattro a dormire tutti insieme. Le dita si posarono sulle narici.
Puzza, puzza, e gli occhi si chiusero sulla promiscuit dei vecchi, delle donne, dei bambini.
Una formazione si avvicin, romb sul tetto.
Si va?  Qualcuno chiese.
Oh, niente paura, ed il tedesco ci invit a restare.
Gli aeroplani girarono un po' in alto, si allontanarono.
Qui, la matita segn l'altro lato dello stanzone, mucche, un altro quadratino, cane, ripet: mucche, cane, bambini; puzza, puzza!
Ebbene che ce ne importa, avrei voluto gridare; anche gli altri lo avrebbero voluto dire, ma i talloni ferrati calcavano il pavimento sotto la nostra stanza; salivano, scendevano per le scale e la villa ne rintronava tutta.
Uomini, donne, cane, vacche: capisci?
Capisco.
Puzza, molta puzza: in un'ora tutto finito.
Le parole scavarono abissi; le bocche dei colleghi erano serrate; le guance scavate.
Sollev la mano e soffi sul palmo.
Pulito!
Come pulito? Una delle ragazze si aggrapp alla speranza di non aver capito.
Alles verbraudt, cerc nella memoria.
Ja; bruciato, tutto bruciato. E rise.
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13. IL CARNEVALE E LA BOMBETTA DI ZIO CICCIO. Apparso nella pubblicazione "Viareggio in maschera" (1950).
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Quando le prime maschere tentavano accendere il fuoco dell'allegria per le strade del mio paese zio Ciccio smetteva di raccontarci le sue favole. Sull'imbrunire veniva su, lungo il corso, trascinando dietro al suo bastone la sua gamba malata:
Si pu? la voce era timida come se temesse ogni volta un assurdo "non si pu".
Avanti, avanti; ci affrettavamo ad invitare e zio Ciccio entrava e si riaggiustava lo scialle nero sulle spalle spioventi.
Hai incontrato le maschere? domandavano noi. Non ho incontrato nessuno, tagliava netto e lo sguardo restava fisso di l dai vetri del balcone, come a guardare qualcosa che solo lui poteva vedere.
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I miei fratelli, le mie sorelle sedevano tutti intorno a lui e restavano in attesa che aprisse il libro della sua memoria per leggervi una delle sue mille meravigliose storie; ma zio Ciccio taceva assorto nei suoi nuovi pensieri. Zio Ciccio ce la racconti una storia? anch'io mi univo al coro dei miei fratelli. Zio Ciccio posava il suo sguardo su di me: uno sguardo improvvisamente addolcito, ma scuoteva la testa e taceva. Cos per tutti i giorni del Carnevale. Qualche volta la mamma, sua sorella, tentava di strapparlo al suo silenzio. Via Ciccio, i ragazzi vogliono sentirti. Ho altro per la testa; ma a noi sembrava proprio impossibile che nella testa di zio Ciccio potesse esserci posto, oltre che per le storie, per altri pensieri. Mio zio era stato l'ultimo della grossa nidiata della nonna materna ed era venuto su pallido e stentato.
 stato sempre un coccio; diceva la mamma e la gamba dello zio ce la trovavamo sempre a zoppicare nei nostri pensieri.
Le maschere visitavano le case: Prenda, prego; offrivano i confetti nei sacchetti di raso e poi salutavano.
Le hai conosciute? ed il cuore palpitava entro i nostri petti. Io no, io no. Zio Ciccio scuoteva il suo testone pieno di favole. Zio Ciccio hai paura? Di che? Delle maschere. Io? e la sua bocca, sotto il rotolo dei baffi, si apr al sorriso. Sono tutti dei buffoni: li conosco tutti! e con ci zio Ciccio voleva spezzare la paura che s'annidava per tutto il carnevale dentro di me. Erano specialmente gli uomini con la vescica che mi facevano paura. Le facce di cartone con i pomelli lucidi dentro le quali si muovevano gli occhi sconosciuti, e le vocine bianche in quegli uomini lunghi ed agitanti, legati a flessibili verghe, vesciche gonfie d'aria, scavavano dentro di me un abisso di paura.
Zio Ciccio deve avere paura! e con questo pensiero mi legava con altri nodi di affetto al fratello di mia madre.
Anche mia sorella Virginia credeva che lo zio avesse paura delle maschere. Ma in fine abbiamo saputo che cosa inseguiva, dietro i vetri della finestra, col suo sguardo triste, zio Ciccio, durante i giorni di carnevale; e fu zio Blasi a sciogliere il mistero. Zio Blasi era duro e aspro tanto quanto zio Ciccio era timido e leggero. Le sue carezze erano pesanti come le sue parole ed aprivano ferite di rancore che duravano molto tempo a rimarginare.
...
Se non fosse perch, perch... E mio padre allargava il palmo della mano pronto a colpire in faccia quel suo parente villano. Il perch, perch... non era un mistero per nessuno di noi. Zio Blasi aveva accumulato, con la sua malizia e la sua testa senza storie dentro, parecchie salme di terra e le teneva in serbo per uno dei suoi nepoti.
Quando addentava qualcuno zio Blasi non lo mollava pi. Le sue parole cadevano come grosse pietre in mezzo ai pensieri ed i pensieri starnazzavano come oche attaccate dalla donnola. La mamma era sempre in allarme per il suo povero fratello malato. Quando zio Blasi veniva a farci visita con le tasche della sua giacca di velluto gonfie di melagrane o di arance succedeva sempre qualcosa. Questo per te. Con una mano mi offriva la frutta e con l'altra si divertiva a tirare i miei capelli fino a strapparmi le lacrime. Io ero il nipote pi strapazzato perch dovevo un giorno cavalcare la sua cavalla.
...
Quel giorno eravamo riuniti per il pranzo di carnevale e la mamma ed una delle mie sorelle pi anziane, stavano disponendo l'antipasto nei piatti diversi. Ora voglio raccontarvela io una storia! se ne usc col dire lo zio Blasi e ferm i suoi occhietti furbi sul volto pallido di zio Ciccio. Fu come se lo sparviero roteasse in alto attorno, attorno al posto dove il tenero uccellino stava fermo a prendere il sole. Zio Ciccio sbianc ancora di pi e la mamma cominci a girare a vuoto, qua e l fra le sedie, come se avesse dimenticato di mettere sulla tovaglia tutto un mucchio di cose.
Un tale di mia conoscenza ebbe a recarsi a Catania un giorno di carnevale e, date le speciali circostanze del viaggio, era tutto in ghingheri e portava in testa una bombetta nera e lucida che aveva preso in prestito prima di partire.
Ma non potremmo prepararci per mangiare? mia madre tent di interrompere il racconto.
...
Finisco in breve, fece zio Blasi e continu. Appena a Catania gli furono dietro ragazzi grandi, mascherati e senza maschera, a cantare: Chi si lariu malanova, pari 'gnaddu sensa pinni e st palla d'unni ti vinni? levitilla ca non ti sta; (come sei brutto malanova, sembri un gallo senza penne, questa bombetta da dove ti  venuta? toglitela che non ti sta...) e siccome quel tale non ascoltava il consiglio, la bombetta part di sulla testa a colpi di torsoli di cavoli e spar in mezzo agli applausi ed agli urli dei presenti. Zio Ciccio s'era levato e stava per avviarsi verso la porta.
Be', dove vai?... l'aveva fermato la voce di mio padre.  tutto pronto. Mia madre si era avvicinata e spingeva i ragazzi verso la tavola apparecchiata. Zio Blasi aveva addentato la sua vittima e non la mollava.
...
Cos quel tale rest a testa nuda e non potendo recarsi alla cerimonia se ne torn al paese come un cane bastonato.
La sua bocca s'apr ed i suoi denti neri e malfermi s'agitarono nella lunga risata.
Le sedie erano state smosse e gi qualcuno muoveva le forchette ed il coltello. Zio Ciccio era rimasto seduto al suo posto. La sua faccia s'era accesa di rosa. Era la prima volta che vedevo lo zio Ciccio con le gote rosse.
E volete sapere chi era quel tale? continu Zio Blasi. Le parole s'erano addensate nella stanza ed il temporale stava per scoppiare. Mia madre aveva il volto di fiamma e gli occhi lucidi di pianto.
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Era il nostro caro Ciccio. La voce di mio padre si lev alta, e la bombetta and a finire fra le mani di qualche maleducato catanese. Mio padre aveva preso sotto braccio zio Ciccio e l'aveva quasi trascinato fino al tavolo.
Ed ora beviamo alla salute di zio Ciccio. Ed alz il bicchiere. Anche gli altri alzarono il loro bicchiere. L'intervento era stato provvidenziale. Le nuvole erano state fugate e gli occhi di mia madre brillavano come raggi.
Anche zio Ciccio fin col bere alla bombetta perduta dimenticando l'affronto subito.
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FINE.